• Luca Ruocco

Hamilton, il Salva-Formula Uno


Sono bastati poco meno di trenta minuti a Lewis Hamilton per salvare la Formula Uno da una delle giornate più buie dei suoi ultimi anni.


Fino alle 20.30 ora italiana il Circus più veloce del mondo si trovava in una sorta di paradossale punizione auto-inflitta, un concatenarsi di eventi avversi tutti riconducibili a scelte gestional-regolamentari poco lungimiranti.


Ventiquattro tornate dopo, milioni di spettatori in tutto il mondo avevano assistito ad uno spettacolo di pregevole fattura, reso tale da un pluricampione del mondo in stato di grazia.


Sicuramente la Mercedes W12 numero 44 ha aiutato enormemente Hamilton nella rimonta dall’ultima casella in griglia fino alla quinta piazza; saper esaltare gli strumenti a disposizione, però, è una prerogativa dei grandissimi, e come Schumacher nel 2006 (sempre in Brasile), Lewis ha dimostrato quanto conti il pilota in una rimonta. Perez, ad esempio, è rimasto bloccato tutta la corsa dietro a Sainz; l’inglese ha invece forzato ognuno dei quindici sorpassi compiuti, riducendo al minimo il tempo percorso in coda alle altre monoposto, il che ha innescato un circolo virtuoso nella gestione delle coperture.


Qualcosa che, come accennato, riesce solo ai grandissimi, senza dimenticare alcune perle assolute come le steccate da manuale su Norris e Leclerc.


Tutto ciò non sarebbe accaduto senza la squalifica di Hamilton dalle prove cronometrate del venerdì, un evento che riporta immediatamente alla constatazione iniziale: senza la rimonta del ragazzo di Stevenage, la Formula Uno avrebbe rischiato la figuraccia, sempre che non l’avesse già collezionata da qualche ora.


Ripercorriamo gli eventi: nel tardo pomeriggio di ieri Jo Bauer, delegato tecnico della FIA, segnala come da protocollo il fallimento di una verifica sulla vettura numero 44. Il flap del DRS, infatti, eccede l’apertura massima di 85 mm. Se ratificata dai commissari, l’infrazione ha una sola possibile soluzione: la squalifica.


Dalla segnalazione degli esiti della verifica fino al pronunciamento ufficiale dei commissari passano quasi 20 ore. Un’attesa ingiustificabile, resa ancor più ridicola dalle circostanze che l’hanno determinata. Su tutte, ovviamente, la paradossale penalità comminata a Max Verstappen, reo di aver poco più che sfiorato la vettura avversaria in parco chiuso. Una pratica diffusissima negli ultimi anni tra i piloti - Vettel è il più famoso -, volta sì nel caso dell’olandese a porre l’attenzione su un particolare sospetto secondo Red Bull, ma di certo del tutto ininfluente riguardo la resistenza del pezzo.


Leggendo le motivazioni della squalifica di Hamilton si scopre poi come la difesa degli ingegneri Mercedes, al di là di qualche disegno tecnico e delle riprese della telecamera posteriore, si sia fondamentalmente basata su un assunto al limite del comico: non essendovi dolo, qualcosa si deve essere rotto. Ma dai?!? Sarebbe stato alquanto goffo per una scuderia plurititolata barare di proposito agendo su un particolare che viene misurato ad ogni verifica post-sessione; peccato che, qualunque ne sia la causa, un’irregolarità tecnica vada sempre punita per evitare che un’assoluzione rappresenti un precedente pericolosissimo, invitando i tecnici delle scuderie a progettare in bilico tra rottura e non conformità alle norme.


La squalifica di Hamilton è stata quindi figlia di un cedimento o, più probabilmente, di un errore di montaggio del componente. Proprio qui casca l’asino, rivelando un altro dei motivi che hanno reso oscuro questo fine settimana. A causa di un ritardo logistico, le monoposto sono giunte in circuito a mezzogiorno del giovedì, obbligando i meccanici alle ore piccole per condurre le delicate operazioni di assemblaggio. Non è impensabile che in quel frangente, complice anche la sostituzione del motore sulla vettura numero 44, qualcosa sia andato storto. Chi lavora i box è però a metà di una tripletta di gare geograficamente assurda, in piena pandemia e al termine di una stagione infinita; non è che gli si sta chiedendo un po’ troppo?


L’ennesima sostituzione di un motore AMG svela un altro dei punti critici emersi in Brasile. La Formula Uno spinge sulla sostenibilità, obbliga le Case a spendere miliardi per rendere affidabili i propri motori e poi, appena la lotta mondiale sale d’intensità, questi vengono sostituiti ogni due per tre pagando penalità tutto sommato accettabili? Non ha senso la regola in principio o non ha senso come questa viene questa viene fatta rispettare? Non sarebbe logico che più un pilota si allontana dal numero di unità consentite, più le penalità in griglia crescono?


Come un’ombra, poi, dietro a tante criticità si staglia la Qualifica Sprint, per l’ennesima volta dimostratasi sostanzialmente inutile. Le qualifiche al venerdì perdono d’intensità e uccidono il crescere costante della tensione fino al sabato, fornendo un tutto-subito che è solo deleterio. La mini-gara funziona solo con un pilota di vertice che scatta dal fondo; pur aberrando il concetto, come avevamo scritto in tempi non sospetti la griglia invertita è l’unica soluzione che assicuri spettacolo in quella che, altrimenti, è una corsa capace di premiare solo i migliori offrendo giusto una partenza in più, con annessi e connessi del caso.


Non resta quindi che ribadire a chiare parole il concetto emerso grazie al raffronto della Qualifica Sprint di Interlagos – pista, tra l’altro, iper-adatta ai sorpassi -: la Formula Uno funziona al meglio quando i piloti corrono senza alchimie.


Lasci perdere le fandonie auto-inflitte e il campionato avrà un futuro radioso.

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