• Luca Ruocco

Dove sei, Sebastian?


Pat Lauzon / Shutterstock.com Montreal, 9 Giugno 2019. Sebastian Vettel sale sul podio da secondo classificato al Circuit Gilles Villeneuve.

Mi chiedo spesso come sia l’espressione di un pilota sotto al casco. A volte, quando si corre di notte, si vedono solo gli occhi, puntati come un mirino verso la curva successiva, perché quelli bravi è lì che guardano, non al limite della pista da sfiorare in uscita. Altrimenti niente. Un’espressione però ce l’avranno, mi dico. Non possono rimanere impassibili. Non davanti ad una strenua difesa, un attacco da portare con una staccata fulminea, uno scroscio di pioggia improvvisa che no dai, non adesso, una ruota fissata male al cambio gomme. Poi ci rifletto meglio, e mi rendo conto che molto probabilmente sono solo le fantasie di un ragazzo rimasto un po’ il bambino sconvolto dall’urlo di un V10 tra gli alberi del parco di Monza. Questi, i piloti, in realtà sono talmente concentrati, o provati dallo sforzo, da rimanere impassibili. Almeno fino a quando la corsa non finisce. Ed allora sì che le emozioni vengono fuori. Lo fanno con urla alla radio che ti smuovono qualcosa dentro, perché lo senti che sono figlie di uno spasmo continuo, una tensione infinita; lo fanno con pugni sul petto, dita al cielo, colpi alla macchina ed abbracci con i meccanici; lo fanno con salti sul podio, alcuni speciali, che no, meglio non pensarci ora sennò ci si emoziona troppo. Lo fanno infine con sguardi tristi, abbattuti, sgomenti; mica vanno sempre bene le corse.

Da più di un anno a questa parte Sebastian Vettel le ha mostrate tutte, tutte quante le sue espressioni negative. Arrabbiato, incredulo, mortificato ad Hockenheim 2018, dove sotto un temporale beffardo tutto ha cominciato a precipitare, per davvero. Chissà, magari avrà pensato, qualche giorno dopo mentre si recava a Budapest, che quella pioggia schifosa non sarebbe tornata a rovinare un’altra vittoria annunciata. Ed invece lo fece, subito, senza pietà, alle prime qualifiche disponibili: altri tuoni e lampi, altri ali ai piedi di quello che lì che lui no, non deve inseguire il sogno di vincere il mondiale con una Ferrari. Le spalle di Sebastian sono caricate al contrario delle aspettative di tutto un popolo, che finalmente può davvero sognare, illuso da una vettura finalmente forte quasi ovunque, guidata da uno che ci sa fare. Insomma, avrà anche vinto quattro mondiali, no? Seguiti dalla conquista di tre vittorie appena giunto a Maranello, quando il mondiale lo si guardava col telescopio, per poi lottare nel 2017 fino a che i motori, d’autunno, decisero di mettere fine alla rincorsa disperata. Tenere in considerazione questo fardello può aiutare a capire il proseguo della tarda estate dello scorso anno: una vittoria sofferta, nervosa tra le Ardenne, dove un fondo fatto strisciare da un meccanico in fasi concitate della qualifica, bagnata ancora dalle maledette gocce di pioggia, diventa il sinonimo di quell’abrasione dell’animo, quel fastidio che attanaglia Seb e gli uomini in rosso, i quali ogni volta che si avvicinano al titolo lo vedono di nuovo allontanarsi, miraggio nel deserto iridato che la Rossa continua ad attraversare ancora oggi. Poi Monza, la Pista Magica, dove un bis di Spa potrebbe rilanciare ambiente, sogni ed aspirazioni definitivamente; tutto il contrario. Kimi vuole mostrare che lui, ormai consapevole della perdita del sedile per l’anno seguente, in realtà viaggia ancora forte. Lo fa davvero, conquistando la pole e conducendo un primo giro tutto d’attacco, anche nei confronti del compagno. Che perde la testa, ed attaccato da Hamilton non ha la freddezza di desistere, quando tempo invece ce n’è a volontà. Testacoda, silenzio in autodromo. Vettel mostra ora lo sguardo del tradito, nonostante le parole di circostanza. Lui voleva tutto l’aiuto possibile di Kimi, e subito, perché quella freccia d’argento fa troppa paura, è un fiore al contrario, sboccia d’autunno, e se non lo fermi subito cresce, muta e ti divora. Cosa che accadde puntualmente nelle successive tre gare, dove gli aggiornamenti studiati per limitarlo, quel maledetto fiore argentato, non funzionarono. Si misero poi di mezzo scommesse strategiche (gomme intermedie nel Q3 giapponese su pista ancora asciutta) e leggerezze banali (troppa velocità in regime di bandiere rosse ad Austin), che portarono ad altri due errori, due toccate foriere degli ennesimi testacoda. E via, altre espressioni di un pilota ormai in balia degli eventi: cipiglio arrabbiato e combattivo a Suzuka, giustificante la voglia, la necessità di raggiungere Hamilton più in fretta possibile. Sconforto, ammissione del momento di difficoltà ad Austin.

Brutto sogno finito, con il campionato chiuso e la classifica implacabile nel sancire la sconfitta? Si spera di sì. Si riparte nel 2019 con una SF90 che sembra promettere sfaceli, un giovane compagno promettente ma promesso gregario. Dai, cosa vuoi che combini questo monegasco dallo sguardo malinconico? Ne parlano tutti bene, anche Sebastian ne riconosce l’enorme potenzialità. Ma almeno un po’ perché giunga al livello alto a cui ambisce il tedesco ce ne vorrà. Tutto sbagliato. La vettura, abbandonato il fresco di Barcellona, mostra che in realtà non è sempre al livello della rivale storica. mentre quando lo è, il ragazzino vola. Un’iradiddio. Rischia di vincere la seconda gara, dove parte primo ma viene passato da Seb, voglioso di sistemare le gerarchie. E l’altro che fa? Ritorna sotto, passa, s’invola, mentre il retrotreno della vettura di Vettel scivola, scivola da morire. Scivola tanto da farsi riprendere da Hamilton. Ancora tu? Ma in Australia non ti aveva battuto Bottas? La W10 non aveva problemi di raffreddamento? Nulla, sempre il solito mastino negli specchietti. Quando il mastino passa, Seb prova a stargli dietro. Ma l’abbiamo detto, il retrotreno scivola nella notte bahrenita. Troppo per un contrattacco. Testacoda, ancora. Silenzio, ancora di più. Scuse alla radio. Si capisce presto che il 2019 è un anno perso, si può vincere solo nei circuiti super veloci. Come Montreal. La pole lì la conquista Seb. È molto in forma, resiste per tanto tempo alla sagoma argento, la solita sagoma argento, dietro di lui. Risparmia carburante, cambia impostazioni sul volante furiosamente, spinge come un pazzo, alla fine va lungo ad una chicane. Sì, ma roba da niente, perde un po’ di tempo, ci vuole una chiusura maschia rientrando per difendere una vittoria sudata. Troppo maschia per giudici troppo fiscali, che decidono di castrare un grande duello, duro ma corretto. Cambieranno i parametri di giudizio grazie al sacrificio di questa vittoria, a causa delle mille polemiche seguenti. Intanto però Seb non l’ha vinta. Non ufficialmente, solo in cuor suo e in quello di tutta la famiglia Ferrari. Non basta: Vettel ha ancora un ottimo ritmo in gara, solo che intanto esplode Leclerc. Che inizia a fare pole. Che si può permettere, giustamente, qualche errore in più vista l’inesperienza. Mentre il tedesco tampona Verstappen a Silverstone, calcolando male i tempi, e si gira a Monza, mentre tenta di giocarsi la vittoria con il compagno e le Mercedes, vittima nuovamente di quel retrotreno che non ne vuole sapere di star fermo in frenata, e quando va per la tangente Seb non ce la fa a controllarlo, è un pugile alle corde che non trova risposte. Con addosso la sgradevole sensazione di star perdendo il controllo della Scuderia, nonostante il suo comportamento sempre corretto, sempre cavalleresco, mentre il compagno di squadra accenna velati istinti di spietatezza tipica dei grandissimi. Il viso di Sebastian, in questo 2019, ha finito per diventare semplicemente triste.

Dove sei, allora, Sebastian? Dov’è il ragazzo che urlava ‘mi senti? Mi senti? Forza Ferrari!’? Non serve essere tuoi tifosi per provare empatia verso la parabola che stai vivendo. Mi piace pensare che le corse, nel continuo, assurdo ed esaltante tentativo di superare i propri limiti e le proprie paure che le caratterizzano, siano almeno in parte specchio della vita, quella seria. Le cui storie più belle qualcuno dice passino sempre da un punto basso, prima di risalire. Non so cosa ti serva, come uomo e come pilota, per ripartire. Un posteriore stabile, una vittoria, un sorpasso all’ultimo giro ad Hamilton, un cambio di casacca, che magari farebbe bene a te ed alla Scuderia per la quale corri. Il mio racconto delle sabbie mobili dove ti trovi manca di troppe informazioni, troppe verità perché possa fornire qualche risposta. Solo tu puoi e devi cercarle. Perché sarei felice, come molti innamorati dello sport che pratichi, se la tua fosse una storia a lieto fine. Così da poter smettere di chiedermi dove tu sia finito, mentre sotto il casco sfoggi finalmente un vero, autentico sorriso.

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