• Luca Ruocco

Frank Williams, Modello per una F1 priva di Sognatori




Trasformarsi in una leggenda è uno dei pochi modi di sopravvivere alla propria morte. Sir Frank Williams sembrava averlo scoperto da molto tempo, ben prima che domenica scorsa.


Nelle ultime quarantotto ore è stata raccontata ogni pagina della storia del costruttore inglese: dalle umili origini al tentativo di diventar pilota naufragato in Formula 3, dalla vendita di ricambi in Francia e in Italia sino alla scuderia di Formula 2, dal primo tentativo in Formula Uno fino alla morte di Piers Courage e ancora, dalla breve rinascita a metà degli anni ’70 al sodalizio con Walter Wolf per terminare con il sorgere dell’ultima e finalmente felice iterazione della Williams, capace di vincere 9 campionati costruttori e 7 titoli piloti in diciotto stagioni, per poi sprofondare pian piano negli abissi della classifica in attesa di un compratore affidabile, materializzatosi un anno fa nelle vesti di Dorlinton Capital.


Un elenco delle tappe principali di un viaggio tanto avventuroso quanto capace di alternare momenti di pura gioia ad episodi terribilmente tragici, su tutti la perdita della mobilità in seguito all’incidente automobilistico avvenuto nel marzo 1986. Servirebbe un libro e non certo un articolo di poche centinaia di battute per celebrare la forza di volontà che in seguito allo schianto ha contraddistinto Frank e Virginia, sua moglie, protagonista del libro A different kind of life e principale sostenitrice del marito anche quando dottori e probabilità lo davano per spacciato.


Il documentario Williams a cura di Morgan Matthwes (consigliatissimo, disponibile a rotazione su varie piattaforme streaming) prende spunto proprio da quelle pagine per raccontare gli aspetti più intimi di una famiglia alle prese con un evento tanto delicato.


Nei primi minuti, però, si concentra sulla prima parte della vita di Frank. Quella in cui Franco Guglielmi, così veniva chiamato in Italia, viveva di prestiti e cambiali inseguendo un sogno iniziato dal nulla. Una storia stracolma di episodi tanto divertenti quanto istruttivi, dalla quale emerge il vero Williams e si comprende perché in molti lo abbiano definito, forse esagerando, il Drake d’Inghilterra.


Chi ha vissuto la Formula Uno dagli anni ’80 in poi tende a identificare Frank come un signore distinto, elegante, costretto nella carrozzina che lo trasporta tra il motorhome di una scuderia che (sorprendentemente) riesce ancora a gestire e il retro dei box, fermandosi in più di un’occasione per scambiare una battuta con giornalisti e appassionati. Una visione addolcita del personaggio, figlia di una sorta di umana pietà che, arrossendo, in molti non riusciremmo a negare. Una trasformazione almeno in parte confermata da Patrick Head, il quale ha più volte raccontato come l’incidente abbia per forza di cose costretto Williams ad una vita diversa, ben lontana dal ritmo frenetico che, una volta resa competitiva la scuderia, lo vedeva alternare maratone a incontri con gli sponsor, fine settimana di gara a riunioni con i grandi del Motorsport.


Eppure, è proprio questo il Frank Williams che più interessa a Col Cuore in Gola. Nessuna questione di merito, anzi: le corse sono in fondo uno stupendo gioco per bambini mai cresciuti, e la storia di Frank dal 1986 in poi valica i confini dello sport toccando corde del nostro animo come solo pochi racconti.


Piuttosto, emerge prepotente la consapevolezza che un personaggio come Frank Williams, nella Formula Uno di oggi, non potrebbe esistere.


Al di là degli inizi come corridore, Williams condivise con Enzo Ferrari un atteggiamento al limite dello spietato verso i piloti (si cambiano come lampadine), saltuariamente accantonato a favore di relazioni di enorme stima e sincero affetto, come quella che lo legò al burbero Alan Jones o quella che, ben prima del 1994, lo rendeva vicino ad Ayrton Senna, con il quale scambiava lunghe chiacchierate nonostante fossero avversari. La gestione del duello Mansell-Piquet o il mancato rinnovo di Damon Hill, la sostanziale indifferenza verso Reutemann nel 1981 o le scommesse sui giovani Villeneuve e Montoya sono solo alcuni tra gli altri esempi di un rapporto alquanto complesso con chi doveva portare al limite le monoposto inglesi, possibilmente giungendo per primo al traguardo senza andare oltre il ruolo di ingranaggio in un oliato meccanismo, salvo poi saper riconoscere ed apprezzare le eccellenze.


Il primo Frank Williams mostrò una certa propensione al non arrendersi mai in tutte e due i periodi storici che precedettero la nascita della Williams Grand Prix Engineering, soprattutto in occasione della morte di Piers Courage (grande amico dell’inglese) mentre pilotava la De Tomaso a Zandvoort nel 1970. Oberato dai debiti, Frank visse mesi difficilissimi, durante i quali gestiva i propri affari da una cabina telefonica e, quando la moglie lo incaricava di andare a comprare del Fish & Chips con i pochi risparmi rimasti, lui rientrava in casa con delle candele per sostituire le parti deteriorate dei pochi motori rimasti in officina.


Esistono tanti altri episodi capaci di raccontare una devozione totale per la sua creatura, una sorta di spirito innato che spingeva inesorabilmente Williams verso il continuo perfezionamento della propria scuderia, con il solo obiettivo di vincere delle corse e, quando queste terminavano, pensare immediatamente alle altre. Accadde proprio così nel 1997, a Silverstone: Jacques Villeneuve aveva conquistato da poche ore il centesimo trionfo per il team inglese e Frank, al posto di festeggiare, incalzava Patrick Head riguardo gli aggiornamenti aerodinamici previsti per la gara successiva ad Hockenheim. Un tratto del carattere fin troppo famoso per gli appassionati italiani.


Lo Williams agitatore di uomini e il Frank spietato con i piloti sono facilmente replicabili da un manager moderno. Accada o meno, nulla vieterebbe a Wolff o Binotto di comportarsi così.


Ciò che manca, alla Formula Uno di oggi, è la capacità di creare le condizioni perché elementi del calibro di Frank Williams emergano dal substrato delle corse minori.


La specializzazione sempre più spinta ad ogni livello del Motorsport rende impossibile l’emergere di una scuderia dal nulla. Se da un lato sarebbe utopistico auspicare un ritorno a modelli di business che, banalmente, non esistono più, dall'altro è innegabile che le leggende più emozionanti nascano spesso dallo zero assoluto, dai ripetuti fallimenti o dalle occasioni mancate. Com’è possibile che arrivi un nuovo Williams in Formula Uno se le squadre assomigliano sempre più a delle corporation finanziare?


Un discorso del genere non vuole certo risultare passatista. Piuttosto, la morte di Sir Frank dovrebbe far riflettere i padroni del vapore riguardo una sempre più marcata assenza di Storie con-la-esse-maiuscola.


Piloti di vent’anni che hanno passato tutta la vita su un kart o una monoposto non possono offrire narrazioni epiche, salvo rari casi spesso densi di momenti bui. Lo stesso vale per la carriera di un Team Principal o quella di un ingegnere imbrigliato in regolamenti sempre più prescrittivi.


Risolvere il dilemma deve diventare imperativo per Domenicali & Co; si potrebbe iniziare, magari, dall’abrogare l’odiosa tassa di 200 milioni di $ per l’iscrizione al campionato. Nel mondo delle corse moderne non mancano vite al limite del credibile: basti pensare a Ricardo Juncos, padrone di un team Indycar dopo che, nel 2001, si ritrovò senza un soldo in banca a causa del crac argentino.


Sono storie come quelle di Frank Williams a rendere la Formula Uno ben più di uno sport: riaprire le porte ai sognatori varrebbe molto di più che un nuovo, milionario contratto televisivo.


Buon vento, Sir Frank.

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