• Luca Ruocco

Galli ad Orologeria


Pat Lauzon / Shutterstock.com

Era solo questione di tempo. Non ci voleva un genio prima della stagione, così come non ci vuole adesso, per capire che Sebastian Vettel e Charles Leclerc si stanno francamente, reciprocamente ed inequivocabilmente sulle palle. D’altronde quando affianchi un pilota universalmente riconosciuto come potenziale fenomeno ed affamato di vittorie – previsione leggerissimamente azzeccata – ad un campione in palese crisi di risultati, stremato da una rincorsa ad un mondiale difficilissimo, reso impossibile dagli sviluppi falliti e dai suoi stessi (gravi) errori, quanto meno ti sarai reso conto di stare correndo qualche rischio. La scelta della Scuderia Ferrari poteva essere condivisibile o meno. Si preferì scommettere sulla coppia potenzialmente più forte dell’intera griglia, scommessa oggettivamente vinta, rispetto a coccolare il capo squadra ferito nell’animo, bisognoso di sentirsi ancora al centro del progetto. Giusto o sbagliato lo si ritenga, sindacarci sopra ormai ha ben poco senso. Fatto sta che se all’inizio della stagione veri screzi non sono sorti, mica è stato a causa di lune di miele in corso dalle parti di Maranello, di armonie non pronosticabili nate assieme alla primavera. Semplicemente rendere la SF90 un pelo, o meglio una parrucca, più competitiva di quanto dimostrato nelle prime gare, è stata la priorità assoluta fino alla pausa estiva. In più, grazie a provvidenziali allineamenti astrali, l’andamento delle corse durante le quali le rosse potevano puntare alla vittoria non ha mai permesso ai due piloti di affrontarsi. Passate le ferie estive, con una serie di progressi tecnici di tale portata da essere tentati di dividerne i meriti tra Maranello e Città del Vaticano, la monoposto della Scuderia ha nuovamente dato la possibilità ai due piloti di lottare sistematicamente – future smentite giapponesi permettendo – per la vittoria. Il ritorno della competitività ha fatto cadere il velo sul vero stato del rapporto tra i due, la cui descrizione penso ricorderete dalle righe precedenti. Prima di entrare nel vortice di reciproche coccolose carinerie che i due si sono scambiati dall’inizio di settembre, ci tengo a ribadire chiaramente come tutto ciò sia perfettamente naturale: Vettel e Leclerc sono due piloti fortissimi, è pura utopia pensare possano accettare un ruolo subalterno al compagno di squadra, perciò o li si lascia liberi di correre accettando il rischio di patatrac, rischio dalla probabilità clamorosamente alta, oppure ci si prepara a vivere situazioni come quelle che trovate descritte di seguito.

La giostra del volersi bene comincia a girare in quel di Monza, dove Charles approfitta furbescamente dell’assurdo Q3 per non dare la scia al compagno durante l’ultimo tentativo, prendendo due piccioni con una fava. Mica scemo: in Pole rimane lui, le Mercedes non hanno un’ultima possibilità ed il tedesco con loro. L’operato di Leclerc non è palesemente scorretto, chiariamoci: semplicemente, nella prima parte dell’out-lap, non ha preso in mano il pallino del gioco per aiutare Vettel, usando il marasma creatosi per difendere la propria prima casella in griglia da tutti gli altri piloti, nessuno escluso. Insomma, un modo d’agire duro, spietato, in parte magari anche inconsapevole, tipico in fondo dei più grandi – Vettel compreso –, passato in secondo piano il giorno seguente, grazie ad una prestazione a dir poco eccellente. La seconda corsa della giostra, dove si è cominciato a girare ancora più vorticosamente, ha avuto luogo a Singapore, con le lamentele via radio dello stesso Leclerc per il sorpasso subito durante i pit-stop. Il muretto in quell’occasione ha ideato la terza strategia vincente in tre gare, strategia capace di convertire un primo ed un terzo posto in una doppietta a fine gara. Peccato che Vettel abbia sparigliato le carte con un giro di rientro micidiale, riuscendo per un soffio a finire davanti al monegasco quando lo stesso è rientrato in pista. Apriti cielo: il canale radio di Leclerc per una mezz’ora buona è stato teatro di scambi di opinioni, richieste di chiarimenti o permessi d’attaccare, tali da rendere il dibattito di un talk show politico un amichevole scambio di convenevoli. Il muretto ha giustamente ritenuto scorretto ordinare uno scambio di posizioni, immagino considerando sia i meriti di Vettel sia le vicende del GP del Belgio, dove l’aiuto del tedesco si è rivelato fondamentale nella conquista della prima vittoria di Charles. Il monegasco ha poi stemperato le polemiche nelle interviste successive alla corsa, dimostrando di aver compreso la logica delle scelte strategiche del team. Ciò non toglie che la prima reazione del giovane pilota avesse mostrato palesemente come lui non contempli neanche lontanamente la possibilità di terminare una gara dietro al compagno, in particolare quando si sente più veloce. Stato d’animo che con uno sforzo interpretativo non indifferente potremmo immaginare permanente. Figurarsi cosa avrebbe detto Vettel alla radio in caso di ordine di scambiare le posizioni. Dubbio subito risolto grazie alla collaborazione della strategia Ferrari in quel di Sochi, terza puntata di questa soap opera all’insegna dell’armonia in seno ad una squadra corse. Personalmente ritengo che il piano della squadra fosse da un lato inutilmente cervellotico, dall’altro però abbastanza chiaro. Gli ordini del muretto e le interviste post-gara (in particolare quelle di Will Buxton in Paddock Pass) hanno palesemente mostrato, a meno di doti attoriali che dovrebbero preoccupare diversi cittadini di Beverly Hills, gli accordi presi domenica mattina. Nel caso Vettel avesse conquistato la posizione in partenza grazie alla scia, avrebbe dovuto cederla probabilmente subito, viste le richieste del suo ingegnere, al compagno di squadra. Tutto torna, considerato soprattutto il comportamento di Leclerc nel primo rettilineo: il monegasco poteva senza problemi chiudere la porta a Vettel, prendendo l’interno, una volta che questi aveva già passato Hamilton completamente; al contrario non ha neanche accennato il movimento (legittimo anche in un gioco di squadra, si veda l’operato di Bottas lo scorso anno), data la certezza di avere indietro la posizione. Non bastava, prima della corsa, stabilire che nel caso Vettel fosse transitato in prima posizione alla prima curva, lo scambio sarebbe avvenuto ai box? Ne avrebbero guadagnato entrambi, soprattutto Leclerc, che ha rovinato le gomme ed il suo passo gara iniziale, spingendo troppo a vettura piena di carburante per rimanere vicino al compagno, in modo da favorire lo scambio di posizioni. Sarebbe stato tutto molto più semplice, e non avrebbe regalato al mondo intero la sottile vendetta di Sebastian Vettel. Corro il rischio di essere indicato come uno di quelli sempre pronti ad attaccarlo, invitando a leggere i post precedenti di questa rubrica per capire cosa pensi di lui. Sulle sponde del Mar Nero, come in Brianza Leclerc, Seb è stato un furbo. Punto. Mi dispiace scriverlo, e senza nulla togliere all’uomo Vettel, il pilota tedesco, probabilmente reagendo ai comportamenti del compagno di squadra, ha giocato sporco in Russia ed è passato dalla parte del torto. Perché per quanto l’ordine di scuderia fosse arrivato in un momento sbagliato, vedi sopra, un pilota non deve mai disobbedire alle indicazioni del muretto. Per il bene della scuderia stessa ed anche della sua corsa, dato che non ha strumenti e lucidità per giudicarla bene quanto le decine di persone pagate per farlo al posto suo. Ricevere l’ordine di scambiare le posizioni non è un confronto su quando sostituire pneumatici, sui quali solo il pilota ha sensibilità diretta. Perciò, quando Seb alla radio suggerisce di cedere la posizione al compagno due giri dopo, ben sapendo di rendere la cosa impraticabile spingendo come un pazzo nel mentre, o quando prova a cambiare i patti in corsa dichiarando legittimo il sorpasso alla partenza, con buona pace di chi pensa non abbia mai torto, Vettel si sta comportando in modo sleale. Ripeto, come Leclerc a Monza. Evidentemente il tedesco, valutata la situazione, ha deciso di agire in modo simile al compagno. In fondo in Red Bull non dimostrò mai pietà verso Webber, ed i team radio di Hockenheim 2018 ci ricordano molto bene come qualche giro dietro il mansueto Raikkonen comunque a lui non andasse un granché a genio. Magari ce lo siamo scordati a causa dei suoi numerosi momenti no nell’ultimo anno solare, ma Vettel ha ribadito di poter essere spietato senza alcun problema. Non per niente è un quattro volte campione del mondo.

Mattia Binotto, e chi con lui dirige la Scuderia Ferrari, vive dentro ad una bomba ad orologeria, come lo sono state sempre le squadre con due campionissimi a contendersi la leadership del team, insomma due galli nel pollaio (da cui il titolo dell’articolo, che spero mi perdonerete). Si potrebbe elencare una sfilza di soluzioni possibili per risolvere la situazione. Evitiamo, semplicemente perché Vettel e Leclerc non riusciranno mai a convivere armoniosamente se hanno la possibilità di vincere. Non può succedere, e per mostrarlo sono bastati tre GP con una monoposto capace di competere per vittorie insignificanti dal punto di vista iridato. Per concludere, ricorderei come lo scorso anno finì la contesa per il controllo della Scuderia tra Arrivabene e lo stesso Binotto: fu scelto chi garantiva maggiori probabilità di successo alla Ferrari. Forse un finale del genere farebbe bene a molti, se non tutti, gli attori in gioco. Altrimenti, nel caso di una rossa da mondiale nel 2020, prepariamoci ad ammirare un Hamilton in versione Prost 1986. Sarebbe il colmo.

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