• Luca Ruocco

Le Prospettive di un Giudizio


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Insomma, ammettiamolo. Non facciamo i furbi, quelli che sghignazzano sotto i baffi ma evitano di esternare la loro segreta soddisfazione. Finalmente, in modo inequivocabile, si può tornare a scagliarsi contro il capro espiatorio per eccellenza: le strategie della Ferrari. Non servono dietrologie sulla gestione dei piloti, partenze sfortunate, rotture meccaniche indesiderate: cosa c’è di meglio che elaborare un ragionamento lineare, semplice ed efficace nello spiegare in due righe il perché dell’ennesima sconfitta delle rosse? In fondo si sa, il muretto Ferrari è un disastro, potremmo stare qui ad elencare un’infinità di episodi mal gestiti, e la gara in Messico poteva solo essere persa. Guarda te se quel gruppo di strateghi tanto inclini all’errore doveva buttare via una prima fila tanto ben difesa in partenza.


Davvero? Stiamo scherzando? Perché questo, magari con sfumature diverse, è quanto si legge nei più disparati commenti alla corsa di ieri. Sui social, sui giornali, in televisione sono tantissime le persone – fortunatamente non tutte – convinte veramente che Vettel e Leclerc non abbiano vinto il GP esclusivamente a causa di strategie errate. Secondo chi scrive quanto state leggendo, stanno tutti prendendo un abbaglio di proporzioni epiche. La Ferrari ha perso perché la SF90 non è una vettura vincente. Punto. Tutto si riconduce a questo triste ed inequivocabile dato, troppo spesso scordato vista la grande forma mostrata ultimamente in qualifica, ma non sempre in gara. Nessuno vuole provare a negare l’evidenza di scelte strategiche oggettivamente non vincenti. Il problema è che la corsa di Charles e Seb poteva essere vinta di strategia, ma non persa per quel motivo. Sembra un gioco di parole, ma la differenza è tanto sottile quanto importante.


Tentiamo di farla semplice: mantenere la testa del gruppo a Città del Messico, per il poleman, è estremamente complesso, a meno di giocare perfettamente di squadra ed indovinare una partenza eccezionale. Riuscirci offre un enorme vantaggio, vista la conseguente facilità nel gestire la vita delle gomme ed il raffreddamento della vettura. Bene: se Leclerc e Vettel, dopo un primo giro al quale di più non si poteva chiedere date le difficoltà di Hamilton, Bottas e Verstappen, non riescono a creare un cuscinetto tra sé stessi e gli avversari (in particolare Charles), ciò che non funziona non può essere la strategia, ma è il passo gara della monoposto. La cui crescita tardo estiva, ripetiamolo per evitare qualunque fraintendimento, è qualcosa che galleggia tra lo storico ed il mistico. Probabilmente però, senza esagerare nei drammi, ciò non basta. La velocità in curva, ancora leggermente minore rispetto a Red Bull e Mercedes, è figlia di un carico aerodinamico inferiore alla concorrenza che penalizza la gestione delle coperture. La situazione non è di certo drammatica come in Ungheria, ma se al termine del sesto giro si hanno 5 secondi di vantaggio su Hamilton e 10 su Bottas, grazie alle dinamiche della partenza, ed i due alfieri della Mercedes inesorabilmente recuperano il terreno perduto, è ovvio che si rimanga esposti rispetto agli attacchi strategici della concorrenza. Come si può criticare la scelta di coprire l’undercut di Albon quando la stessa Red Bull, squadra dotata della migliore vettura in pista (fosse stato Verstappen in testa alla prima curva la compagnia lo avrebbe rivisto ad Austin, dato il passo mostrato su gomme dure vecchie di 60 giri), era convinta che il doppio pit-stop fosse la soluzione migliore per evitare una caduta improvvisa nella prestazione degli pneumatici? Figuriamoci se la Ferrari, date le difficoltà nelle prove del venerdì, poteva preventivamente elaborare una strategia di una singola sosta. Vettel, che ha un’esperienza immensa, è stato scaltro, rapido e coraggioso nel suggerire una strategia diversa rispetto al compagno, forte anche di una capacità di gestione delle coperture nettamente superiore nei confronti del monegasco, che in questo campo deve ancora crescere. Ma la squadra ha dovuto posticipare la sosta del tedesco di una quindicina di giri rispetto ad Hamilton. Perché preoccupata che altrimenti le dure non avrebbero tenuto fino alla fine, e per giocarsi la carta di pneumatici meno affaticati nel finale. Vista la storia della gara di Seb, di più non si poteva fare, in particolare una volta che Hamilton era rientrato anticipatamente ai box, recuperando virtualmente la posizione rispetto al numero 5. L’inghippo sta nell’essersi fatti raggiungere ed in una monoposto della quale non ci si fida in quanto a gentilezza sugli pneumatici (altrimenti si sarebbe potuto fermare prima Vettel), non in una strategia pesantemente condizionata da un passo gara anche solo leggermente peggiore rispetto alle Mercedes. Il che è confermato dalle tante difficoltà avute da Leclerc durante la corsa: non è riuscito a scappare via nelle prime fasi, ha avuto grosse difficoltà nel passo con il secondo treno di gomme medie, senza riuscire perciò ad avvicinarsi agli avversari votati alla singola sosta, e dopo un’ottima prima parte dell’ultimo run su gomme hard ha visto le sue prestazioni plafonarsi. Il tutto condito da una macchina nervosa e continui bloccaggi, eventi dovuti ad un feeling mai ottimale durante il weekend con la vettura, si veda ad esempio l’ultimo tentativo in qualifica. Tutto ciò ci fa pensare che se gli strateghi Ferrari avessero optato per gomme Hard al primo pit-stop, difficilmente Charles avrebbe vinto la corsa. Sarebbe stata necessaria una difesa della posizione ineccepibile e molto complessa, simile a quella monzese, una volta resosi conto di poter provare ad arrivare fino in fondo. Si sarebbe trattato, però, di una vittoria figlia di una perfetta strategia.


Per concludere, conviene ricordarsi del ruolo fondamentale degli strateghi Ferrari nelle tre vittorie stagionali (su nove Pole Position). Il ruolo pensato per Vettel in Belgio, le gomme bianche a Leclerc a Monza, il coprire Verstappen con Seb a Singapore sono tutte scelte senza le quali difficilmente le rosse avrebbero conquistato quei Gran Premi. Si tratte di corse vinte anche grazie alla strategia, che ha permesso di difendere la posizione conquistata in qualifica. Il problema è che non sempre funziona il giochetto. Non è stato il caso in Giappone, né lo è stato in Messico. Se si ha una monoposto peggiore nel passo gara, ci si espone agli attacchi di chi, come la W10, sembra non soffrire di degrado gomme. Non serve dare un minuto agli avversari, basta essere capaci, come a Sochi, di creare e saper mantenere un tesoretto di 5-6 secondi. Ottenuto questo risultato diventa davvero possibile vincere diverse corse, salvo imprevisti favorevoli agli avversari. Forse sarebbe giunto il momento di cambiare prospettiva, per una volta, e giudicare il GP del Messico per quanto è realmente stato: una gara vinta da un pilota eccezionale, come pochi ne sono esistiti, dotato di una vettura migliore nel passo gara rispetto alla diretta avversaria, il che ha permesso alla squadra di elaborare una strategia rischiosa ma vincente. Vedrete che quando Charles o Sebastian, partiti in testa, non verranno recuperati dagli avversari, magicamente i GP vinti saranno molti di più. Altrimenti continueremo a capire come la Pole Position NON sia una conditio sine qua non per vincere una corsa.

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