• Luca Ruocco

(mal) #essereFerrari


Col Cuore in Gola ha quasi tre anni. Nacque nel settembre del 2019 ed ha sempre vissuto su una piccola regoletta, forse inutile ma che, nelle intenzioni dell’autore, sarebbe sempre servita a distaccare l’opinione personale dall’analisi di quanto accade in Formula Uno. Non si usa la prima persona.


Bene, dopo il Gran Premio di Gran Bretagna 2022 andato in scena ieri, oserò la prima eccezione. Stavolta rifletteremo senza filtri, direttamente.


Chiunque abbia bazzicato prima sulle pagine di SENZAF1ATO si sarà reso conto del legame – comune a moltissimi appassionati italiani di Formula Uno – che mi unisce alla Ferrari. Inutile negarlo, proprio perché sentimento radicato nel tempo per i più, figlio delle prime gite in autodromo vestiti nella bandiera del Cavallino o delle lunghe ore sul divano, tra un sonnellino post-pranzo e una vittoria di Schumacher.


La Ferrari ha una particolarità, tra le passioni che possono colorare l’esistenza di una persona: è capace di vincere senza vincere. Una sensazione comune a pochissimi altri sport, un sapore agrodolce che si forma negli ultimi giri di corsa e rimane in bocca per il resto della giornata, sfociando nel lunedì. Rimane lì, appiccicoso, costringendo a chiederti perché mai non si possa godere appieno di una vittoria, arrivata tra l’altro dopo tre lunghissimi mesi, pieni di occasioni mancate.


Eppure, Silverstone 2022 verrà ricordata proprio così. Una vittoria agrodolce, un trionfo-non-trionfo. Il primo gradino più alto del podio per Sainz, dopo 150 Gran Premi, oscurato da una serie di polemiche infinite sulla strategia riservata a Leclerc prima, durante e dopo la Safety Car dovuta al ritiro di Ocon. Polemiche tanto aspre – e tanto giustificate – da far temere che nella Ferrari di Charles, Sainz e Binotto, qualcosa ieri possa essersi rotto.


Non sarebbe assurdo, tra cinque anni, ritrovarsi a pensare alla domenica appena trascorsa come al momento in cui cambiò l’epopea di Leclerc alla Ferrari. In peggio, purtroppo.


Chiariamo per punti, in maniera schematica, cosa non ha funzionato ieri.

  • Le colpe ad Ocon – Ora, sorridere amari davanti ad un destino che prima regala un’occasione ghiottissima con la rottura di Verstappen, e poi mischia le carte con una Safety Car a corsa pressoché vinta, è quanto meno comprensibile. Non può, però, diventare una giustificazione da esporre a mezzo stampa. Binotto, ieri, incolpando il francese per il punto del ritiro ha collezionato una figuraccia cosmica, mostrando una mentalità tutt’altro che vincente. Sarebbe stato molto più onesto e logico ammettere l’errore nella scelta riservata a Leclerc. Le neutralizzazioni fanno parte delle corse moderne: serve affrontarle uscendone vincitori, non sperare di evitarle.

  • La sconfitta di Leclerc – Lasciamo per un momento da parte quanto accaduto prima della Safety Car. Concentriamoci su quel momento esatto. Charles Leclerc, al giro 39, perde la corsa solo e soltanto poiché il muretto commette un errore di valutazione nella previsione del rendimento delle mescole alla ripartenza. Il monegasco, nelle interviste post-gara, ha ammesso candidamente come lo scenario fosse stato discusso in mattinata: nel caso di una Safety Car, il primo sarebbe rimasto in pista coperto dal secondo. Questo perché, come accaduto in precedenza a Miami, si pensava che in qualche giro la Hard potesse scaldarsi nuovamente, proprio mentre le Soft cominciavano a perdere il grosso vantaggio prestazionale accumulato. Eppure, proprio Ocon aveva percorso lo stint iniziale, a serbatoi carichi, con le Soft. Hamilton aveva allungato di molte tornate il proprio stint sulle Medie. Esistevano, insomma, elementi per evitare il secondo grave errore strategico in quattro gare. Si è scelta, invece, la via più sicura per avere alla ripartenza le due vetture nelle stesse posizioni, evitando doppi pit-stop o il rischio di un Hamilton al comando. Valutazione errata, con il senno di poi, ma uno sbaglio con una sua logica e, soprattutto, comunque capace di preservare la vittoria di almeno una delle Ferrari.

  • Il comportamento di Sainz – Sarebbe profondamente ingiusto pretendere che un pilota alla ricerca della prima vittoria lasciasse spazio a prescindere a Leclerc. Nulla da eccepire, infatti, alle rimostranze di Carlos nel corso della prima parte di gara. Non prendiamoci in giro, però: a Silverstone Leclerc, fino alla Safety Car, con una monoposto danneggiata ha letteralmente asfaltato Sainz. Lo spagnolo, pur di mantenere un ritmo competitivo, ha prima distrutto le gomme e poi quasi finito il carburante, dopo aver ceduto in pochi giri alla pressione di Verstappen. La meritatissima Pole Position, ottenuta grazie alla totale assenza di errori in condizioni difficilissime, gli garantiva senza ombra di dubbio la possibilità di giocarsi la gara. E anche le richieste di ritardare lo scambio di posizioni, soprattutto prima del pit-stop iniziale. Montate le Hard, però, Leclerc si è dimostrato anni luce più veloce, e l’ordine di scuderia sarebbe dovuto arrivare al primo giro disponibile, non al quarto; inoltre, Carlos avrebbe dovuto ammettere la superiorità di Leclerc, soprattutto a sé stesso, e provare ad aiutarlo alla ripartenza. Molti non la penseranno come me, lo so, ma nella perversa ed errata strategia del muretto Ferrari, l’unica chance di giocarsi qualcosa alla ripartenza per Leclerc era quella di avere il compagno a coprirgli le spalle. Dargli un attimo di respiro, insomma, con Sainz stesso forte di una F1-75 integra, velocissima e dotata di gomme Soft nuove, una combinazione più che sufficiente a difendersi pur da secondo. Dubito, infatti, che ripartendo primo Carlos avrebbe mostrato la stessa paura incontrollabile degli avversari. Lo spagnolo, al contrario, ha scelto di non esitare nell’attacco a Leclerc, assicurando la propria vittoria nel giro di quattro curve. Comprensibile, normale per un pilota, ma un gesto tutt’altro che da uomo squadra.

Ed eccolo qui, il nocciolo della questione. La squadra. Un gruppo capace di progettare una vettura eccellente e un motore potentissimo. Un gruppo con qualche lacuna nell’affidabilità e nelle strategie. Un gruppo, però, potenzialmente vincente. Molto vincente.


Eppure, un gruppo irrimediabilmente segnato dalla volontà di non imporre alcuna gerarchia tra i piloti. Il che non significa penalizzare Sainz a prescindere. Avesse avuto il ritmo di Leclerc per tutta la corsa, a Silverstone lo spagnolo avrebbe meritato priorità assoluta nelle strategie, come conviene al pilota meglio piazzato, qualunque sia la scuderia. Ciò non è accaduto, ricalcando un andamento delle gare che prosegue ininterrotto dal Bahrein. Leclerc è il più veloce, sempre, e ieri lo era anche con l’ala anteriore danneggiata. Con un Verstappen in grossa crisi, l’enorme errore è stato il non approfittare della situazione e privilegiare il recupero di punti di Leclerc.


Il che avrebbe significato anticipare lo scambio di posizioni sulle Hard, cogliendo ogni opportunità di costruire un cuscinetto difensivo su Hamilton; il che avrebbe visto Leclerc rientrare durante la Safety Car a prescindere da quanto scelto per Sainz, per donare al monegasco delle gomme con cui attaccare e, mal che vada, difendere il podio e i punti guadagnati su Verstappen.


Il muretto Ferrari, al contrario, ha scelto l’unica combinazione in cui ad essere protetta in cassaforte era la vittoria di una Rossa. Una decisione miope e citrulla non certo per partito preso, ma proprio considerando (o meglio, ammirando) il ritmo stratosferico messo in pista da Leclerc.


Sarebbe davvero un peccato che Silverstone rendesse l’aria di Maranello colma di un (mal)#essereFerrari. Perché questo ciclo vincente funziona con Leclerc al volante della Rossa, e solo con lui.


Altrimenti, converrà aspettare l’arrivo di Verstappen tra un lustro. Mentre Charles, viste le qualità, avrà probabilmente trionfato – e molto – altrove.


Sarebbe il caso di prendere coscienza della situazione.


P.S. Un plauso ai meccanici della Rossa. Ieri sono stati bravi, rapidi e precisi. Il più bel risvolto della vittoria-non-vittoria.


Trovate qui le Bandiere a Scacchi dedicate al GP di Gran Bretagna.

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