• Luca Ruocco

Verstappen: il Jolly Mondiale?


Cristiano Barni / Shutterstock.com

La sua Red Bull sembra l’unica monoposto in grado di impensierire le frecce d’argento. Lui cavalca da tempo la cresta dell’onda, muove folle oceaniche per mezza Europa e non lascia più alcun dubbio in merito all’enorme talento a disposizione. Riuscirebbe, però, a sostenere il peso di una reale sfida per il Mondiale? Max Verstappen è l’arma in più o il punto debole della campagna iridata Red Bull per il 2020?


L’ultimo in ordine di tempo è stato Adrian Newey. La sostanza delle sue dichiarazioni, rilasciate al podcast di Motor Sport Magazine, è fondamentalmente questa: ‘Max è ormai il leader conclamato della scuderia. Nonostante sia ancora giovane, ha talmente tanta esperienza da riuscire a guidare senza problemi l’intera squadra, ad esserne il leader indiscusso. A venticinque anni, nel 2005, lo era anche Raikkonen in McLaren; mai, però, allo stesso livello di Max.’ Probabilmente basterebbe spulciare tra le dichiarazioni di esponenti più o meno di spicco del Circus nella settimana precedente, e via via sempre più indietro nel tempo, per trovare almeno una frase simile. Almeno. Perché contare gli elogi ricevuti da Max negli ultimi mesi è quasi impossibile. A torto o a ragione viene indicato da più parti come il più credibile candidato a sfidare Hamilton per il mondiale 2020. Non abbiamo reali e inconfutabili prove in merito alla competitività delle monoposto, di certo però sulla RB16 non aleggiano le stesse nubi che circondano la SF1000. Se dovessimo ipotizzare una classifica successiva al GP d’Italia, praticamente chiunque immaginerebbe Max forte di un bottino di punti non troppo dissimile da quello di Hamilton, mentre pochi azzarderebbero una previsione del genere a favore di Leclerc o Vettel. Ulteriore elemento a favore dell’accoppiata Verstappen-Red Bull è l’assenza di circuiti cittadini, dove lo scorso anno la RB15 dimostrò una complessiva inferiorità nei confronti di Mercedes: che Monaco o Singapore vengano sostituite dal Mugello, Imola o Hockenheim, decisamente più favorevoli a una vettura al Montemelò eccellente nel veloce, può solamente aumentare le probabilità di giocarsi realmente il titolo.


Lasciando per un momento da parte l’incognita monoposto, quanto conta Max nell’equazione? Quanto è pronto Verstappen al titolo? In fondo l’olandese non ha mai lottato per l’iride. Ha surclassato compagni di squadra, conquistato diverse vittorie e, dal 2019, anche qualche pole position, sbloccando definitivamente un potenziale enorme anche sul giro secco. Combattere per un Mondiale è tutt’altra cosa, è la sfida finale verso la quale robot Max è stato programmato. Di lui infatti sappiamo poco, nonostante sia famosissimo nel mondo e venerato in patria. Esplorando i suoi profili social emerge l’immagine di un ragazzo esclusivamente concentrato sulla Formula 1: se la fotografia non riprende qualcosa di direttamente collegato alla pista, allora lo raffigurerà allenarsi senza sosta. Qualche spot divertente girato per i numerosi sponsor personali o scatti in compagnia della famiglia sono le uniche eccezioni. Nessun riferimento a interessi personali al di fuori di tutto ciò, nessun momento o episodio che riveli una personalità celata e, probabilmente, ben più ampia di quanto lasciato trasparire. Per i tifosi o gli addetti ai lavori Max è un robot. Tremendamente efficace, capace di appassionare miriadi di tifosi (passata la pandemia rivedremo di certo la sua armata arancione muoversi da una pista all’altra senza sosta), ma pur sempre un robot. Il quale, però, ha avuto bisogno di affinamenti continui, capitoli in realtà fondamentali in una crescita sportiva che, se guardata interamente, ha del sorprendente.


La stella di Max brilla già nei kart, dove la guida spietata di papà Jos forgia un campionissimo capace di rivaleggiare con piloti ben più esperti e maturi. In F3 nel 2014, prima stagione in monoposto, Verstappen vince dieci gare delle trentatré previste, perdendo il titolo – vinto da Ocon – più per magagne d’affidabilità che per suoi demeriti. I sei successi consecutivi negli appuntamenti di Spa e del Norisring, le due piste regine della categoria, scatenarono una corsa selvaggia per portarlo sotto la propria egida tra Mercedes e Red Bull. La spuntò il gruppo austriaco, forte della possibilità di schierarlo in Toro Rosso, mentre Toto Wolff proponeva una stagione d’ulteriore apprendistato in F2.


Esordiente più giovane della storia, Max contese la supremazia nella scuderia faentina ad un altro rookie, Carlos Sainz Jr. L’olandese uscì vincente dal confronto, grazie soprattutto alla strabiliante capacità di cogliere tutte le occasioni più ghiotte capitate nel corso del mondiale. Gare anomale della stagione 2015, come l’Ungheria o Austin, lo videro issarsi sino al quarto posto: Sainz era più o meno costantemente veloce quanto il compagno, ma banalmente exploit del genere non gli riuscivano. Trovarsi al momento giusto nel posto giusto, in una corsa di Formula 1, è un’abilità che spesso a poco a che vedere con la fortuna.


L’avventura in Red Bull, iniziata al Gran Premio di Spagna 2016 dopo la clamorosa sostituzione con Kvyat, non poteva cominciare meglio. Eppure la vittoria che vide Max difendersi egregiamente da Raikkonen nel finale, propiziata dallo scontro fratricida delle due Mercedes al primo giro, in realtà arrivò quasi a destabilizzare Max. Conquistare immediatamente il miglior risultato possibile al volante di una Red Bull lo costrinse a inseguire, per il resto della stagione e nel 2017, un fantasma irraggiungibile. È vero, Max vinse qualche gara e resse egregiamente il confronto con il caposquadra Ricciardo. In breve tempo convinse chiunque in squadra. Eppure quelli erano i tempi di Crashstappen, del diluvio di critiche proveniente non solo dai tifosi Ferrari (gli equilibri prestazionali spesso lo avvicinavano alle Rosse). Ai tempi aveva grande seguito un sito semplicissimo, che si limitava a contare i giorni intercorsi tra un incidente di Max e il successivo. Spessissimo non superavano le due settimane: Verstappen sembrava inseguito da un demone interiore che lo costringeva a superare il limite. Sempre, senza soluzione di continuità. Dove non arrivava la Red Bull – ossia, spesso al podio – doveva arrivare lui, quasi che la massima serie non fosse altro che una sofisticata riedizione del mondiale Kart.


Servì Montecarlo, nel 2018, a cambiare il mondo di Max. Dopo un avvio di stagione complicatissimo, pieno di contatti, Verstappen sbatté alla seconda chicane delle piscine negli ultimi minuti delle terze prove libere. Cercava, inutilmente, la prima posizione in quel momento nelle mani di Ricciardo, poi vincitore del GP. Nonostante avesse già dimostrato di essere il più veloce. Non poté prendere parte alle qualifiche, si giocò una vittoria molto probabile nel Gran Premio più importante dell’anno. Fu quella goccia a far traboccare il vaso. Da lì in poi Max divenne inarrestabile. Secondo solo a Hamilton, fino a metà 2019, nei punti conquistati da Monaco 2018. Quasi sempre sul podio, quasi mai a muro. Soprattutto nei momenti meno importanti del weekend, come le prove libere.


Il 2019 di Verstappen fu pressoché perfetto. Impossibile conquistare l’iride vista la supremazia Mercedes, Max portò a termine, comunque, una serie di corse al limite dell’umanamente raggiungibile. Consistente, veloce, affidabile. Finalmente sbloccato anche in qualifica: a bordo di una RB15 poco potente sul giro secco, Verstappen dopo l’Ungheria conquistò tre partenze al palo su dieci corse. Non male, soprattutto data l’esplosione Ferrari.


L’unico aspetto ancora critico del pilota Verstappen è una certa tendenza a cadere nelle trappole mediatiche. L’infelice uscita sul motore di Maranello potrebbe costargli un sedile in futuro, o quantomeno rendere più complesso un eventuale approdo alla Scuderia; lo scivolone riguardo le bandiere gialle in Messico lo privò invece di una Pole Position figlia di una prestazione dominante.


Marcia in più o incognita imprevedibile per il mondiale 2020? Rimangono pochi dubbi. Verstappen è decisamente quanto rende veramente credibile l’assalto mondiale del tandem Red Bull – Honda. Se la RB16 davvero dovesse essere vicina alle Mercedes, considerando quanto di suo era presente nel 2019 nei podi a ripetizione, Max la porterebbe in testa a qualifiche e GP. In caso di corpo a corpo potrebbe rivelarsi l’unico, dopo Leclerc, a mettere in seria difficoltà Hamilton, a costringerlo ad affondare seriamente il sorpasso non potendo gestire vantaggi in classifica.


L’ultima sfida, per Max, sarebbe presentarsi ad Abu Dhabi quale serio pretendente al titolo. Quel tipo di tensione non si può replicare. Lui, però, sembra davvero avere tutte le carte in regola per riuscire a rappresentare il jolly mondiale.

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