• Luca Ruocco

Porto 1958 - Io non sono un Pilota



Le corse memorabili non sono tutte uguali. Alcune vengono ricordate per un sorpasso, altre per duelli lunghi decine di giri. A volte basta la tensione per il titolo iridato a rendere epica una noiosissima processione, esattamente come una lotta per le posizioni di rincalzo può oscurare le vittorie più significative. In fondo il motorismo è un gesto atletico. Particolare, condizionato dalle vetture e dalla prestazione delle squadre, ma è pur sempre il risultato dello sforzo di un singolo capace di spingere automobili oltre i normali limiti umani. Le gesta più eclatanti vengono ricordate nei decenni. Semplice, lineare, logico.


Eppure, esistono giorni che entrano nella storia delle corse per ben altri motivi. Il 24 agosto 1958 è uno di questi.


La città di Porto si sveglia avvolta da una pioggia leggera, finissima, che viaggia tra le case sospinta dal vento dell’Oceano Atlantico. I suoi abitanti sono in fermento da quasi una settimana: qualche ora e il Gran Premio del Portogallo, fino a quella stagione appuntamento per sole vetture Sport, ospiterà per la prima volta le monoposto di Formula Uno. Il tracciato è sempre lo stesso: veloce, pericoloso, all’antica. L’unione tra i lunghi rettilinei ricavati tra i viali della città e le stradine più strette e tortuose del centro dà vita ad un disegno caratteristico ma tutto sommato abbordabile. Sono i pali della luce, le balle di fieno, i marciapiedi, le edicole e soprattutto i binari del tram la vera sfida per i piloti. Quasi non bastassero le protezioni del tutto insufficienti, capaci di rendere ogni staccata più profonda del dovuto una scommessa con il destino, le traversine si aggiungono all’equazione, quale elemento di selezione tra i piloti. Con quale angolo di sterzo affrontarle? Rallentare o accettare il colpo secco? Disegnare traiettorie che ne tengano conto o provare a controllare l’ennesimo, inevitabile sovrasterzo di potenza ad ogni contatto gomma-acciaio?


L’arrivo del pomeriggio spazza via la pioggia. Rimane qualche nube, il sole caldo dei giorni precedenti è solo un ricordo, ma la certezza di non bagnarsi convince anche gli appassionati più titubanti. Due ore prima delle corsa, ogni spiraglio dal quale si ammira il tracciato è stracolmo di persone pronte a veder sfrecciare le vetture. Il Gran Premio del Portogallo è la terzultima prova di un mondiale combattutissimo. I due contendenti si chiamano Mike Hawthorn, su Ferrari, e Stirling Moss al volante della Vanwall.


Entrambi inglesi, i due non potrebbero essere più diversi. Eppure sono grandi amici.


Mike ha tutte le caratteristiche del Lord d’Oltremanica. Proviene da una famiglia agiata, il che lo aiutato nel rendere il diletto delle corse una professione seria e ben retribuita. Corre con il farfallino al collo, rifugge da qualunque tipo di cintura di sicurezza e adora ogni piacere della vita. Ha corso quasi tutta la carriera in monoposto con la Ferrari, dividendosi invece tra la Casa di Maranello, l’Aston Martin e la Jaguar al volante delle vetture Sport. È veloce, soprattutto sul giro secco, e gode di grande fiducia da parte del Drake, soprattutto da quando tre settimane prima il suo amico fraterno Peter Collins, trattato alla stregua di un figlio da Enzo, ha perso la vita al Nürburgring. Mike ha vinto una sola corsa prima del Gran Premio del Portogallo: quella di Reims, ad inizio luglio, durante la quale un altro pilota Ferrari, Luigi Musso, ha perso il controllo della vettura spirando sul colpo.


Mike è stanco della vita da pilota. Vuole vincere il mondiale e ritirarsi. La Ferrari 246 è potentissima ma troppo nervosa e troppo poco agile in curva. Solo su circuiti velocissimi riesce a sovrastare le Vanwall (Reims e Silverstone, ndr), delle monoposto dipinte di verde decisamente scattanti e incollate a terra, espressione migliore dell’emergente industria britannica delle corse. Per il pilota Ferrari l’unica arma a disposizione è la regolarità. Serve incamerare podi, giri veloci e piazzamenti a punti, altrimenti il mondiale sarà pressoché impossibile.


Il vero problema, per Hawthorn, si chiama Stirling Moss. Mister Motor Racing. L’asso inglese è stato l’unico pilota capace di mettere in difficoltà Fangio. Imbattibile nelle corse a ruote coperte, Stirling in Formula Uno ha pagato prima le gerarchie in Mercedes, quando era compagno dell'argentino, poi l’assoluta fedeltà ai marchi britannici. L’incredibile popolarità in patria è un chiaro segno di quanto abbia conquistato il cuore dei sudditi di Sua Maestà, ma ciò non è stato sufficiente a garantirgli il primo titolo. Tanto che anche nel 1958 il mondiale è in bilico solo grazie ai suoi ritiri. Perché generalmente, quando Moss vede la bandiera a scacchi, lo fa per primo.


Alle quattro del pomeriggio viene sventolata la bandiera verde. Moss, dalla Pole Position, scatta benissimo e prende il comando delle operazioni. Lo segue Hawthorn, secondo a cinque centesimi in qualifica, il quale sfrutta l’enorme potenza del motore Ferrari per superare l’avversario nel corso del secondo giro, al primo passaggio lanciato sui viali della città. Bastano però poche tornate e, anche grazie all’asfalto sempre più asciutto, Stirling sfrutta la migliore agilità della propria vettura e si riporta in testa.


Più indietro infuria la battaglia dei compagni di squadra, o degli avversari dotati di vetture meno veloci. Il migliore è il francese Behra su BRM, che rimonta da centro gruppo fino al terzo posto, rimanendo comunque staccatissimo dalla Ferrari numero 24. Von Trips, al volante della seconda Rossa, perde invece inesorabilmente posizioni, mentre Louis-Evans sull’altra Vanwall si insedia quarto.


I giri della corsa procedono tranquilli. Le vetture, soprattutto in testa, sono molto distanziate tra loro, come da prassi nelle corse anni '50. Hawthorn sembra volersi accontentare del secondo posto, soprattutto a causa di un problema ai freni che ne rallenta il passo. A quindici giri dalla fine l’inglese rientra per farli sostituire, cedendo la piazza d’onore a Behra. Mike rientra in pista poco più avanti di Moss. I primi giri sono velocissimi, tanto che fa segnare la tornata più veloce per la quale i piloti sono premiati con un punto iridato. Passano pochi chilometri, però, e la 246 perde nuovamente potere frenante.


Hawthorn è di nuovo secondo, grazie alla rottura di una candela sulla BRM di Behra, ma di attaccare Moss non se ne parla. Stirling si avvicina sempre di più, tanto che sta per doppiare l’amico al giro 50, l’ultimo in programma. Mike è convinto che la monoposto verde non sia quella dell’avversario al titolo, ma quella di Louis-Evans, terzo a pochi secondi dalla Rossa ed effettivamente poco distante da Moss in pista. Alla fine di un lungo rettifilo chiede un ultimo sforzo ai freni che, però, cedono alla fatica. La Ferrari finisce lunga, Mike si agita disperato per i punti persi.


Stirling lo vede dimenarsi nella vettura. Non vuole vincere così, umiliando l’amico. Tira fuori la mano dall’abitacolo e fa segno alla Rossa di procedere: la doppierà in un’altra occasione, tanto la vittoria è sua. Louis-Evans, più indietro, rimarrà terzo. I colpi di scena, però, non sono finiti.


Mentre Moss procede a rilento durante il giro di parata, dopo essere transitato sotto la bandiera a scacchi, passando dalla curva del lungo di Mike vede nuovamente l’amico in difficoltà. Hawthorn, impegnato nell’ultimo giro (avendo evitato il doppiaggio, è l’unica vettura a dover completare il giro finale, ndr), al termine del rettifilo è finito in testacoda, fermandosi con il motore spento su un marciapiede. L’inglese con il farfallino sta urlando ai commissari di allontanarsi dalla vettura: lo aiutassero a ripartire, verrebbe squalificato. Hawthorn sta provando a partire a spinta, saltando sulla vettura al momento giusto. Ci riesce, per un pelo, e completa la tornata finale scortato da Moss, che ha aspettato l’amico assicurandosi riuscisse a ripartire.


I due, all'arrivo, festeggiano felici. Stirling ha vinto, dimostrando di essere il migliore. Non può immaginare che il punto del giro più veloce, sottrattogli da Mike mentre pensava gli appartenesse ancora, gli costerà il mondiale a fine stagione. Non sa, soprattutto, quanto saranno decisive le sue prossime azioni.


Nel tardo pomeriggio portoghese i commissari di gara squalificano Hawthorn dalla corsa. Nello spingere la vettura ha guidato contromano durante un Gran Premio, anche se per pochi metri e sul marciapiede. La punizione è l’esclusione dalla classifica. Stirling non ci sta. Corre alla direzione gara. Spiega l’accaduto, racconta perché l’azione fosse sicura. Assicura i commissari della correttezza di Hawthorn: la Ferrari numero 24 merita il secondo gradino del podio. Mike non può essere punito per una leggerezza figlia delle circostanze.


Alle undici di sera giunge il verdetto in sala stampa: Hawthorn mantiene il suo secondo posto, che si rivelerà preziosissimo nella conquista del titolo iridato.


Non avesse aiutato il principale avversario nella corsa all’iride, due mesi dopo a Casablanca Moss si sarebbe laureato Campione del Mondo. Avrebbe evitato l’etichetta di miglior pilota a non aver mai conquistato un titolo in Formula Uno, appartenutagli fino alla fine dei suoi giorni.


Ad ogni intervista concessa, fino all’ultima di circa due anni fa (Stirling ci ha lasciati il 12 aprile scorso), la domanda si ripeteva negli stessi, medesimi termini.


Lo rifarebbe, Mister Moss? Aiuterebbe ancora Hawthorn, pur sapendo che le costerebbe il titolo iridato?

- Sicuro, nessun dubbio.


Perché? Come fa ad esserne tanto certo?

- I’m not a driver, boy. I’m a racer.

Non sono un pilota, ragazzino. Io corro.

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