• Luca Ruocco

Spa 1963 - Io, questa Pista, non la Sopporto


Questo racconto è il secondo della serie di quattro STORIEMOZZAF1ATO dedicate a Spa-Francorchamps. Trovate qui il primo episodio, incentrato sull'edizione 1995, mentre venerdì prossimo non perdete l'appuntamento con il Gran Premio del Belgio 1998. Sì, proprio quello di Schumi che insegue Coulthard ai box...



Nonostante vengano spesso ritratti in altro modo, non tutti i Cavalieri del Rischio affrontavano le corse degli anni ’50 e ’60 senza porsi alcuna domanda. Nella Formula Uno moderna, correre su una pista sgradita, per un pilota, significa al massimo perdere qualche centesimo di secondo sul giro. Ai tempi, esistevano circuiti capaci di incutere timore reverenziale, rispetto assoluto e, a volte, terrore puro.


Per Jim Clark, uno dei piloti più forti di tutti i tempi, quel luogo era Spa-Francorchamps. La pista, prima dell’abbandono a causa delle proteste guidate da Jackie Stewart, correva per quattordici chilometri interamente ricavati tra le strade che collegavano Malmedy, Stavelot e la zona di La Source, dove ancora oggi sorgono i box, impreziosita dalla salita di Eau Rouge-Raidillon. Le monoposto del 1963, spinte da piccoli motori di 1500cc, riuscivano a percorrere quasi tutti i quattro minuti di un giro sull’asciutto a gas spalancato. Senza alcun dispositivo di sicurezza a bordo né tantomeno l’aiuto del carico aerodinamico, con gli alettoni ben lontani dall’essere introdotti nei Gran Premi. Sfrecciavano in mezzo alla foresta delle Ardenne, minacciate da alberi, pali della luce e case a graticcio, accompagnate dal proverbiale, imprevedibile meteo di Spa.



Io, la pista di Spa-Francorchamps, non la sopporto.


Non è un capriccio, uno dei mille, assurdi tratti che formano il mio carattere. Correrò, per carità, perché so adattarmi.


Mi sono sempre adattato, sin da quando frequentavo la Loretto School di Edimburgo. Un collegio privato riservato a figli di militari, professionisti, politici ed eredi di grandi proprietari terrieri dei Borders, come i miei genitori. Per carità, un’educazione molto più che fortunata; di certo, però, tutt’altro che piacevole. Sveglia alle 7 del mattino, bagno gelido in qualsivoglia stagione, corsa a tutte le ore e disciplina ferrea. Faticavo a comprendere come il Latino potesse aiutare un fattore in divenire ma insomma, nessun lamento. Neanche quando, a causa della perdita quasi contemporanea di mio nonno e mio zio, ho dovuto abbandonare anzi tempo gli studi, iniziando a gestire enormi terreni agricoli e nutriti greggi di pecore dall’oggi al domani.


Poi sono arrivate le corse. L’Ecurie Ecosse, le amicizie con altri folli sognatori di questo angolo di mondo, l’incontro con Colin Chapman, le formule minori e, infine, la Formula Uno. Ne ho visti di tracciati folli, in vita mia. Guido su strade folli nella vita di tutti i giorni, dato che per adesso, appena termina una corsa, torno a casa all’azienda agricola (è la tarda primavera del 1963, dopo qualche anno Clark si dedicherà esclusivamente alle corse, ndr). Ho imparato a volare al volante di una vettura tra le colline dei Borders, ho piena coscienza di cosa voglia dire affrontare una curva cieca, un dosso o un curvone viscido.


Spa, però, è totale follia. Pura. Non ho mai rifiutato un ingaggio ma io, questo posto, lo odio. Mi sembra un’assurdità correre su un circuito tanto pericoloso. Le velocità sono quelle che sono, in fondo a Monza si va anche più forte. Lì, però, sin dai tempi di Nuvolari esistono reti contenitive, prima dei tronchi del Parco Reale.


In Belgio no. L’assenza delle più elementari misure di sicurezza è sconcertante. Il venerdì del Gran Premio le strade vengono chiuse e buona fortuna. Pochissimi guard-rail, giusto a cavallo dei terrapieni che sostengono gli sparuti cartelloni pubblicitari. Per il resto, le strade statali che collegano tre paesini di una foresta. Paletti catarifrangenti, vernice a delimitare le carreggiate e nulla di più. Solo qualche balla di fieno – francamente inutile, voliamo a 280 km/h su scatolette d’alluminio piene di benzina –, accatastata da compassionevoli proprietari delle case a graticcio che danno sul tracciato, nasconde mortali angoli di calcestruzzo. Tanto, la maggior parte dei piloti finiscono tra gli alberi o, se sono fortunati, dritti tra le travi di un fienile.


Non servono a nulla gli appelli dei piloti. A Spa si corre. Le scuderie, attirate da premi di partenza sostanziosi, non battono ciglio; il prestigio del Gran Premio è innegabile e nessuno si sogna di disertarlo. Inoltre, è la seconda prova del campionato dopo Montecarlo: vincere qui significa disporre di una monoposto veloce su un circuito ben più rappresentativo di quello del Principato.


Io, poi, nel 1963 mi gioco il mondiale al volante della Lotus 25: un gioiello imbattibile. Fragile, molto fragile, ma imbattibile. In tutte le prove di questo Gran Premio avrò sì e no completato una decina di giri a causa di guai al cambio ZF che collega il V8 Climax alle ruote. Graham Hill, il campione in carica, è in Pole Position a 217 km/h di media oraria. Il record della pista. Ancora una volta, pura follia.


Stamane ha diluviato. Forte. Per tutta la mattina. Ha smesso solo alle 14, e la pista è ancora umida quando ci schieriamo in griglia. Giù la bandiera e dalla terza fila sono primo. Imbocco la salita di Eau Rouge davanti a tutti.


Corro così, come Ascari prima di me. Tendo ad involarmi, saluto il gruppone e ci si rivide sul podio. L’automobile è l’unico spazio dove non sono indeciso nella vita. Nelle cose stupide come in quelle serie, dai passaggi a livello alle storie d’amore, fuori dall’abitacolo sono eternamente dubbioso. Davanti al volante rosso della Lotus colorata di verde e giallo, invece, so solo andare forte. Più forte di tutti.


Al termine del primo giro io ed Hill abbiamo 15’’ di vantaggio sul gruppo. Alla tornata numero 16, quando segno il giro più veloce della corsa (3’58’’), Graham è staccato di 26’’. Da quel momento, però, torna il temporale.


Stavolta è forte, fortissimo. La pista si allaga subito. Anche i fotografi più coraggiosi, solitamente a bordo strada nei tornanti, si riparano sotto alle tettoie delle case. Continuo, perché devo, ma molti dei miei colleghi escono di strada. Li vedo accumularsi a bordo pista, spesso con le vetture incidentate, anche se non mancano i guai d’affidabilità su una pista tanto esigente. Il cambio della mia Lotus continua a creare problemi: in quinta marcia devo tenere la leva in posizione, guidando con una sola mano (non è una leggenda, andò davvero così, in condizioni come quelle testimoniate dalla foto di copertina! Ndr).


Doppio diversi concorrenti, ad un certo punto mi sembra addirittura tutti. L’unico che riesce a ripassarmi, quando mi rilasso nei giri finali staccando tempi prossimi ai 7’, è Bruce McLaren.


Dopo 32 giri vedo finalmente la bandiera a scacchi. Sono primo. Felice della vittoria, ma soprattutto di non vedere più questo posto per altri dodici mesi.


Jim Clark, che odiava Spa-Francorchamps, vinse il Gran Premio del Belgio completando i 451,200 chilometri di gara in 2 ore, 27 minuti e 47.6 secondi. Fino alla ‘rimonta’ di Bruce McLaren, conduceva la corsa avendo doppiato tutti i concorrenti. Giunsero al traguardo in sei su venti partiti. Il neozelandese (Cooper) transitò sul traguardo con 4 minuti e 54’’ di ritardo; Gurney (Brabham) e Ginther (BRM) a un giro; Bonnier (Cooper) e de Beaufort (Porsche) a due giri.


Eppure, lui, quella pista non la sopportava.


Le informazioni per la stesura di questo racconto provengono dal report di Alan Jenkins su MotorSport Magazine (per la cronaca del fine settimana) e dal libro ‘Jim Clark – Racing Legend’ di Eric Dymok (ed. Motorbooks) per quanto riguarda la personalità, i gusti e gli aneddoti sul campionissimo scozzese.


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